Dall’io al noi: il percorso evolutivo della prosocialità
Con comportamento prosociale ci si riferisce a tutte quelle azioni volontarie orientate al benessere degli altri, tra cui aiutare, condividere, collaborare, confortare e proteggere.
Tali comportamenti rappresentano il risultato di un complesso processo di sviluppo che coinvolge fattori biologici, emotivi, cognitivi, relazionali e culturali.
Per molto tempo si è ritenuto che i bambini piccoli fossero particolarmente egocentrici e incapaci di autentici ed intenzionali comportamenti altruistici, ma recenti ricerche hanno modificato questa prospettiva.
Già nel secondo anno di vita, infatti, è possibile osservare delle prime manifestazioni di aiuto spontaneo, come raccogliere oggetti caduti ad una persona o consolare un compagno quando è triste.
Questi comportamenti sembrano presentarsi prima ancora di una piena acquisizione di consapevolezza delle norme sociali e suggeriscono la presenza di una predisposizione biologica alla cooperazione.
Tuttavia, la predisposizione biologica costituisce soltanto il punto di partenza e, per potersi sviluppare pienamente, la prosocialità ha bisogno di un contesto relazionale in grado di favorirla.
A tal proposito, la teoria dell’attaccamento di John Bowlby offre una chiave di lettura importante.
Un bambino che vive relazioni sicure con le figure di riferimento, sperimentando fiducia, sviluppa una rappresentazione positiva di sé e degli altri.
La fiducia nelle relazioni diventa così il luogo in cui coltivare l’empatia e la disponibilità all’aiuto.
La famiglia rappresenta il primo ambito relazionale nel quale si apprendono comportamenti prosociali.
I bambini, attraverso l’osservazione degli adulti di riferimento, interiorizzano i modelli comportamentali e quando assistono a gesti di altruismo, solidarietà e rispetto reciproco, aumentano le probabilità di sviluppare competenze simili.
Anche in altri contesti sociali, come a scuola o nel gruppo dei pari, il bambino può potenziare esperienze di cooperazione, negoziazione e gestione dei conflitti che diventano occasioni valide per rinforzare le capacità prosociali.
Adolescenza, tra identità e responsabilità sociale
L’adolescenza costituisce un’altra tappa importante per lo sviluppo della prosocialità; se da una parte si fa strada il bisogno di autonomia e definizione identitaria, dall’altra cresce la capacità di riflettere sui valori morali e sulle questioni sociali.
Nel periodo dell’adolescenza molti ragazzi sviluppano una maggiore sensibilità verso principi di giustizia, equità e responsabilità collettiva.
Le attività di volontariato, l’impegno civico e la partecipazione a iniziative sociali possono costituire contesti privilegiati per definire l’identità prosociale.
In questo periodo del ciclo vitale, aiutare gli altri può diventare una scelta coerente con i propri valori personali.
La prosocialità nell’età adulta
La prosocialità continua a svilupparsi anche in età adulta.
Erik Erikson ha specificato come uno dei compiti evolutivi dell’età adulta sia la generatività, ossia il desiderio di contribuire al benessere delle nuove generazioni e della comunità.
Prendersi cura dei figli, trasmettere conoscenze o impegnarsi nel volontariato rappresentano espressioni più mature della prosocialità.
Il comportamento prosociale è quindi una competenza che si costruisce nel tempo attraverso relazioni significative, esperienze educative e opportunità di partecipazione sociale.
Per approfondire:
- Bonino S., Il comportamento prosociale, Edizioni Erikson, 2006;
- Caprara G.V., Educare alla prosocialità, Pearson, 2014;
- Erikson E.H., I cicli della vita, Armando Editore, 1984.
Autrice: Ilaria Corona